Il festival musicale che unisce al fallimento economico reiterato un successo artistico virale

A Bologna si è sviluppata una scena artistica underground davvero vitale, come non si vedeva da decenni. La particolarità di questa ondata va compresa sommando la solita vita universitaria alla crisi degli ultimi anni. Le due hanno colliso assieme e creato una sospensione temporale, gabbia e culla, per 20enni come per 50enni in un’infinita giovinezza, dove è possibile ancora sperimentare. Entrare nella scena alternativa è come entrare in un’altra dimensione, dove le regole economiche non valgono più.

Negli ultimi anni è nato un piccolo fenomeno musicale, un festival della durata di poche ore, che ha ottenuto un successo artistico virale, ma al tempo stesso è ogni volta però un totale fallimento dal punto di vista economico: il Discomfort Dispatch.

Discomfort Dispatch mina alla base l’antagonismo fra musica colta e punk, fra accademia e squat, facendolo deflagrare nell’unico luogo possibile: il palco. Discomfort Dispatch ha contenuti solo per sbaglio, profitti solo per dispetto, un collettivo e una dimora precisa, ma solo per una sera, e ha un linguaggio ma vorrebbe non averlo. Discomfort Dispatch supporta la sperimentazione estrema e le gioie dell’acufene. Discomfort Dispatch è per il declino del mercato della musica.
NO PARTY – NO MUSIC – NO ROCKSTARS – NO LOVE

 

Il DD è una serata in cui musicisti, più o meno famosi e poco conosciuti, vengono invitati ad esibirsi assieme in un live, a queste condizioni:

  1. non devono aver suonato mai assieme prima;
  2. il set è improvvisato;
  3. il set dura 20 minuti.

Il tutto riassumibile in “attacca e suona”.

Ho intervistato Francesco Zedde e Mario Guida, l’iniziatore e l’organizzatore di uno dei Discomfort Dispatch. Iniziamo con Fra Zedde, l’ideatore del Discomfort Dispatch.

 

Ho letto che ti sei ispirato a un altro Festival, il Multiversal. Quali sono le differenze con il DD?

Le differenze sono molte, nello spazio, nel tempo e nei personaggi. DD è un nipote di Multiversal, nella misura in cui nasce dalla stessa scena in un tempo successivo, con il tentativo di portare avanti alcuni degli stessi principi con lo stesso metodo e una struttura riadattata. La differenze macroscopiche sono: Multiversal è per lo più itinerante, DD ha sede a Bologna; in Multiversal le lineup sono miste, mentre in DD c’è il vincolo dei duo.

Come si mantiene economicamente un DD?

DD non ha bisogno di mantenersi, è solo un’idea su come organizzare un evento di improvvisazione libera. Ogni edizione ha le sue spese e i suoi ricavati a seconda delle condizioni e del luogo scelto. Ovviamente, è necessario un grande impegno da parte dell’organizzatore e una collaborazione particolare da parte dei proprietari del locale e dei musicisti. DD è un fallimento economico – ovvio: se ci piacessero i soldi non faremmo questa roba.

Cosa offrite allora ai musicisti in cambio della loro performance?

Il deal per i partecipanti a DD è molto semplice: il totale degli ingressi alla porta va agli artisti che lo dividono in parti uguali. Molto spesso gli artisti locali scelgono di lasciare la propria parte in favore degli artisti che hanno viaggiato, per permettere loro di coprire le spese. Questa roba ci serve per far incontrare le persone e stimolare la collaborazione, per quel che mi riguarda in un certo senso farei anche a meno del pubblico.

Eppure sono moltissimi i musicisti che accettano queste condizioni.…

In un certo senso, il DD è vantaggioso anche economicamente per chi suona, perché chi partecipa assorbe un’esperienza, un sacco di concerti altrui, contatti e nuove amicizie, sembrano cose non monetizzabili, ma sul lungo periodo sono cose preziose anche economicamente. Esempio? In questa fase della mia vita vivo di musica e guadagno dei soldi da quello che faccio, ma lo stato di cose che mi hanno portato a questa realizzazione è stato reso possibile solo da centinaia di concerti pagati male. Ad ogni modo il mio invito a organizzare un’edizione a sé stante del festival non è rivolto solo a Mario Guida, ma a chiunque. Non stiamo parlando di un brand o un brevetto, è solo un modo di fare una serata e chiunque deve sentirsi libero di imitarci o collaborare.

Parliamo ora con Mario Guida, musicista elettronico e organizzatore dell’edizione #14 del Discomfort Dispatch.

Perché hai deciso di organizzare un DD e perché nella tua carriera di musicista elettronico ti sei spesso organizzato da solo le serate nei vari locali italiani ed europei?

Non ho deciso io, ho solo accettato un invito da parte di Fra Zedde (l’ideatore de Festival) . Non prendevo parte alla organizzazione di eventi da un paio d’anni. Ho accettato la sfida con l’idea di allargare ancora di più i confini artistici del festival, accostare l’ibridazione di generi musicali con pratiche artistiche diverse fino ad arrivare alla performance o alla video arte. Nell’edizione n14 in scaletta ci sono state almeno due performer ed un video artista. Perché spesso mi sono organizzato da solo i miei concerti ? Beh, che alternativa ho ?

Cosa cerca un musicista quando viene al DD e si confronta con gli altri nei termini dell’“attacca e suona”?

Tutto o niente. È in tour o di passaggio, cerca o cristallizza la sua rete di relazioni, sperimenta, vende gadgets.

Perché è difficile veder suonare strumenti classici e facile invece che si suoni musica elettronica?

E’ una domanda complessa. Se ti riferisci al festival probabilmente il motivo principale sta nel fatto che sia nato dall’azione di musicisti elettronici dell’underground bolognese che ha “pescato” dal proprio giro di contatti costituito appunto da musicisti elettronici sperimentali. Con le varie edizioni la rete si è contemporaneamente esaurita e per assurdo anche allargata. La curiosità nei confronti del festival è cresciuta a dismisura sia tra pubblico che tra i musicisti, e la voglia di azzardare mix di idee, approcci e background musicali differenti ha spinto gli organizzatori ad includere nelle Line Up spesso anche artisti che suonano strumenti classici. Non solo, si è arrivato al punto tale da invitare personaggi che non gravitano nell’underground, personalità di spessore del mondo Accademico, del Rock, del Free-Jazz, della Contemporanea etc etc (vedi l’edizione n.9 organizzata da Francesco Zedde). Ad esempio nell’edizione 14 del 10 Marzo 2019 a Bologna abbiamo avuto tra gli ospiti John Duncan e Stefano Pilia – la ciliegina sulla torta, perché festeggiavamo due anni di Discomfort Dispatch.

E come la mettiamo con il corrispettivo ai musicisti e con l’aspetto economico, che difficoltà hai trovato in particolare?

A quanto ne so, l’economia del festival nasce e muore nel giro di una notte ed è prodotta dal pubblico pagante. A quanto ne so, il Discomfort Dispatch non ha finanziatori. Questo è un ostacolo che i curatori delle varie edizioni devono affrontare ed in qualche modo superare. Ad esempio io per l’edizione n. 14 ho dovuto rinunciare alla presenza di tre artiste valide e desiderose di partecipare all’evento – provenienti da Torino, Roma ed Avellino – proprio a causa dell’aspetto economico. Ammetto che i costi di viaggio per loro erano davvero onerosi.

Chiedo a Zedde prima di chiudere: e se ci fosse una lezione morale in tutta questa vicenda, quale sarebbe?

La lezione morale potrebbe essere che le persone dovrebbero sforzarsi, quando possibile, di perdere tempo ed energie a fare cose che non portano dell’arricchimento istantaneo: fare festival e suonarci dentro è un arricchimento per la società e anche per uno strato culturale (o scena) nella quale poi comunque sguazziamo tutti e dalla quale io, ad esempio, dipendo anche economicamente. Se le persone smettessero di essere curiose nei confronti della musica alternativa di fatto io smetterei di avere il lavoro che faccio, è molto semplice. Comunque, se chiunque avesse dei suggerimenti o idee per fare quadrare i conti di un festival occasionale con una media di 30 ospiti per sera che fanno musica di nicchia per un pubblico che di norma si fa problemi a spendere più di 5 euro di ingresso SONO TUTTO ORECCHIE.

Gianluca Polverari, Rockerilla (Excerpts #4)

A dispetto del nome l'artista in questione è tutto tranne che Tonto. Anzi il personaggio marchigiano, noto anche come Fra Zedde è attivo in band come A.N.O., Tacet Tacet Tacet, Kree-Mah-Stre, produce un lavoro in solo del tutto trascinante e basato su batteria, distorsioni vocali, microfoni trattati per un risultato finale industrial noise che lascia immaginare i Lightning Bolt votati ad un neo tribalismo percussivo e feroce. La cassetta presenta fulminanti episodi che impressionano per la ferocia del progetto che non perde 
mai il suo ruvido smalto dall'inizio alla fine, dunque una potenziale colonna sonora per scenari post nucleari. DEVIATO.

Fabio Polvani, BlowUp (Excerpts #4)

"DRUM TERRORISM"
Suona come una sorta di sconnesso, schizofrenico hip hop industriale il lavoro di Francesco Zedde alias tonto in questa sua esperierienza da one-man band. Tutto gira intorno alla batteria, e non solo per dettare il groove. Lo strumento inftatti sembra sezionato sopra un banco autoptico, dove feedback e suoni manipolati, colti con microfoni ambientali (delle tastiere compaiono giusto sull'ultima traccia), creano l'apocalittico background per break beat, carambole free, tribalismi e smitragliate di blastbeat. Anche la voce esce manipolata con urla e frasi incomprensibili che agevolano il lessico di natura noise-improv di questa operazione. Certo, la descrizione fin qui effettuata più che l'hip hop evoca un'accozzaglia di cacofonie ma nulla è cosi ostico ed estremo come sembra. Certo, la musica fosse meno concepita ad artigianali 'estratti' e quindi avesse meno
paura di concentrarsi sulla composizione piuttosto che 'adagiarsi' sulla sperimentazione, allora avrebbe ancora un altro senso il 'lancio' del disco che, tra il serio e il faceto, annuncia: 'la risposta ita-
liana ai Death Grips'. (6)

Michele Saran, Ondarock (Excerpts #4)

Il suo sembra un hip-hop da ospedale psichiatrico: i riverberi industriali e le sincopi jungle di “hoʊlɪˈbɔɪ” lo dimostrano senza trattenere alcunché. Così “aɪsɛd noʊ” e “kæsəl”, cantilene e slogan d’ascendenza hardcore e gangsta, già poco riconoscibili e ulteriormente deteriorati. Tutto suona ancora normale finché non si arriva a “əˈlæskən lɑ lɑ lænd”, grindcore dell’assurdo con la voce distorta fino al rumore di tagliaerba. Merito o meno, il duetto tra synth e batteria scomposta di “ɪftitu hɑrts” riprende per la prima volta la “Mental Door” di Klaus Schulze.
Ma l’insieme sembra più che altro voler deragliare incontrollatamente al di fuori dei generi conosciuti. Il mugolio con cui si apre “drɑpˈɪt” ritorna inquietante più volte in continui stop e ripartenze di batteria modificata (“preparata”) nei tempi più disparati, sempre vegliato da urla come latrati, fino a incepparsi in loop senza senso, e poi sfaldarsi. “ˈklɛntʃ” evoca una specie di dub in putrefazione che a ogni battuta perde pezzi. “ʌvðəprɪnsɛs”, la più rarefatta, aggiorna e rialza di caos la “Grand Vizier’s Garden Party” di Nick Mason e i poemetti di Tod Dockstader. “blækkæt” è uno tsunami per piatti e dio sa cos’altro.
Il disco si ferma attonito e quasi stupito di sé stesso. Ancora qualche altro momento di quest’intensità e tenore e avrebbe assurto allo status di rivoluzionario, oltre che di capolavoro della musica italiana tout-court. Suonato e registrato (in un solo giorno) con strumenti e impiantistica autocostruiti, o meglio autodistrutti e poi assemblati a forza, per accumulare quanta più distorsione accidentale possibile. Nel solco dello Zach Hill solista, e pure di Dizayga dei Stabscotch (“Anthrocide”, 2018). Ben dieci label indipendenti nostrane a produrlo
https://www.ondarock.it/recensioni/2018-tonto-excerpts4.htm

Michele Giorgi, The New Noise (Excerpts #4)

Al solito, nel linguaggio di Tonto si alternano pulsioni ritmiche dal fotte sapore tribale, dilatazioni ai confini del dub, beat decostruiti e lasciati esplodere attraverso le casse, input “danzerecci” e, ovviamente, bordate di pura brutalità sonora, per una sorta di flusso di coscienza senza filtri che finisce per incuriosire e coinvolgere proprio per la totale imprevedibilità e spontaneità dell’effetto finale. Ciò che unisce il tutto è la pulsione a sperimentare, anzi giocare, con la batteria e con la voce, quest’ultima filtrata attraverso una cuffia rotta e un bavaglio così da perdere ogni potenzialità colloquiale e fungere da semplice strumento. Soprattutto si ha l’impressione che Tonto si diverta ad osservare la reazione del suono alle brutali manipolazioni cui viene sottoposto e la possibilità di trarne comunque composizioni con una propria fisionomia ben definita, seppur deformata quasi ci si trovasse all’interno di una casa degli specchi.
https://www.thenewnoise.it/tonto-excerpts-4-e-video/

Giandomenico Piccolo, Rockit (Excerpts #2)

Non è un ascolto per tutti i timpani, quello di Tonto, forse c'è nemmeno l'interesse d'arrivare a numeri indefiniti di fruitori: "Excerpts #2" è la seconda musicassetta realizzata dall'artista anconetano in collaborazione con la label indipendente Musica per Organi Caldi.
One man band in una definizione non convenzionale: il concetto che muove questa ricerca musicale è la necessità di conquistare il nucleo artistico, il core: una volta raggiunto, viene sviscerato ed elaborato attraverso saturazioni di volumi e distorsioni prodotte con l'ausilio di strumenti tecno-artigianali come microfoni fatti in casa ed una cuffia utilizzata all'interno di un bavaglio per catturare la voce.
Dodici tracce cesellate da un totale di cinque ore di registrazione: può forse interdire a primo impatto, ma l'operato di Tonto è lontano dalle convenzioni e da stilemi del caso; è tanto prezioso quanto meritevole di un ascolto.
https://www.rockit.it/recensione/37142/tonto-excerpts2

Massimo Argo, InYourEyes (Excerpts #2)

Seconda opera di Tonto, suono totale, musica senza generi né steccati che fluisce libera come un flusso di coscienza. Tonto in origine sarebbe un batterista, e la batteria svolge un ruolo pivotale nel disco, dato che il centro dal quale si diparte il suono.
Excperts #2 è una cassetta di musica che avvolge tutto, che satura lo spazio libero disponibile, trovando nuove forme di esperienza sonora. Tonto compone e suona da solo, e il suo atto creativo è sublime.
Dentro, volendo ci si può trovare di tutto se lo si ascolta con dei pregiudizi sonori o sfruttando la nostra formazione sonora pregressa. Invece questa cassetta necessita che ci spogliamo dei nostri abiti sonori per immergersi in acque sconosciute, dalle quali potremmo non affiorare mai più. Le tracce di Tonto sono una continua progressione sonora, un disossare, tagliare e squartare ciò che noi chiamiamo musica e che è diventata totalmente prevedibile e rassicurante. Qui per nostra fortuna non ci sono sicurezze ma molti quesiti aperti, ma soprattutto ci sono continui flussi di suono. Suona tutto in questa opera, dove il ritmo della batteria conduce alla perdizione la materia sonora. Non è nemmeno rumore confuso, perché dietro e dentro a tutto ciò si intuisce un disegno ben preciso, che è quello della teoria del caos, ovvero ci sono leggi teoriche che poi vanno a puttane nell’atto pratico.
Excerpts #2 è un vero piccolo capolavoro di caos e suono, di vita e creatività. Troviamo persino una canzone dei Portishead reinterpretata in maniera incredibile, e tanto altro.
E’ bellissimo ascoltare ciò che può essere la musica liberata, rotto ogni vincolo che la rende fruibile commercialmente o di facile fruizione.
Certo si può trovare difficile questo suono, ma questa è la massima libertà sonora, e Tonto riesce a produrre una grande opera, partendo da uno splendido lavoro di batteria.

Ritmo e sangue.
https://www.iyezine.com/tonto-excerpts-2
 

Christian Danzo, Rockgarage (Excerpts #2)

Non è mai facile approcciarsi al noise e ci sono dei motivi specifici insiti nella natura umana. Il cervello non riesce ad assuefarsi a ciò che gli sembra illogico e rumoroso, anche se poi una logica dietro c’è. La destrutturazione a cui viene sottoposta la musica mediante questo genere mette a nudo l’educazione musicale con cui, in realtà, non facciamo mai i conti realmente. Perché cresciamo ascoltando determinate cose a cui ci abituiamo. E siccome nelle scuole inferiori non si concorre molto a costruire un orecchio musicale “educato” in maniera esatta (in questo, purtroppo, l’Italia è indietro nemmeno anni, ma secoli rispetto agli altri) si arriva a giudicare dei generi musicali senza alcuna preparazione o abitudine. Così, tutto ciò che è estremizzato, viene subito bollato come rumore. E la cosa fa abbastanza ridere, in quanto, in una società altamente urbanizzata, il tasso di vero inquinamento acustico è alle stelle senza che nessuno se ne lamenti (in proposito, consigliamo a tutti il bellissimo trattato Il Paesaggio Sonoro, del compositore canadese Raymond Murray Schafer). Il parossismo è l’accettazione passiva del rumore che però viene stigmatizzato come il punto debole di molta musica (e si parte già dall’heavy metal in poi a sentire questa giustificazione come rigetto di non ascolto). Comunque, il dibattito intorno al fatto che il rumore sia musica o meno, è antico almeno di un secolo e mezzo. Parte dal futurismo, passando per gli intonarumori (strumenti musicali costruiti da Luigi Russolo, che sono andati completamente distrutti) fino ad arrivare ai compositori d’avanguardia (un nome su tutti, l’italiano Franco Evangelisti con la sua opera Die Schachtel). Tutto questo, per concludere, esula dal gusto personale di ognuno, che è altra cosa.
Ci si perdoni questo lunghissimo prologo, ma per analizzare Tonto e il suo Excerpts #2 ci sentivamo di esprimere un pensiero che avesse delle basi e che non poggiasse sulla mera considerazione o gusto personale. Già la scelta del supporto di pubblicazione è estrema, come estrema è la musica proposta: Excerpts #2 ci arriva su musicassetta. Che, come scelta, vista la sparizione di lettori delle mc, è già ardua e coraggiosa. Comunque, trattasi di batteria suonata ed attaccata a pedali elettrici per chitarra, registrata con microfoni artigianali in uno studio dove i volumi erano volutamente alti per creare feedback. Il tutto si avvicina molto alla jungle più estrema (vedere i lavori solisti di DJ Starscream, tanto per indirizzare il lettore) e ad un suono tribale e primitivo, su cui non esistono testi ma urla ispirate dal momento, filtrate da un microfono ottenuto da una cuffia sistemata dentro un bavaglio. Non ci sono vie di mezzo: questo lavoro è per pochi. Odiamo scrivere cose del genere, che sembrano frasi fatte, ma è proprio così. Può darsi che questo sia il suono primigenio con cui, gli uomini delle caverne e dell’antichità più remota, si siano avvicinati alla musica milioni di anni fa. Ma ci troviamo in una società talmente caotica e schizofrenica dove il lavoro di Tonto potrebbe rivelarsi metafora della giungla in cui viviamo, nella quale cerchiamo di essere il più possibile civili. Non ci credete? Provate ad ascoltare Excerpts #2 liberi da ogni preconcetto mentale e senza paraocchi. Solo così, potrete capire e cogliere ciò che questa release vuole dire.
http://www.rockgarage.it/?p=61727

Simon Reynolds, The Wire, June 2017, Exotic ésotérique Vol.2 (Artetetra)

Jungle Judgin' / Holypalms remix compilation
A visually pleasing palindrome, “Artetetra” also secretes within itself a clue to the concerns of the Italian label of the same name. “Tetra” means “four” and the Fourth World, Jon Hassell’s Eighties term for audio hybrids of West and non-West, is the placeless place out of which emanate Artetetra musics. The label goes one better at its bandcamp page, claiming citizenship of Quinto Mondo: the Fifth World. That slight escalation points to the internet’s impact on a new generation of music makers whose creative headspace is utterly deterritorialised, omnivorous audio-tourists able to scavenge influences galore without ever leaving their desks. Indeed INTERNET HOLIDAYS™ is the sly title of a joint project by Artetetra artists Hybrid Palms and Cheap Galapagos.

The “Mondo” in Quinto Mondo further winks at the Italy-spawned Sixties genre of exploitation films: documentaries whose voyeuristic enjoyment at ethnic curiosities paralleled the exotica boom of faux-Polynesian easy listening and tiki bars. Blithely unbothered by issues like exploitation and misappropriation, not just refusing to fret about the danger of ethno-kitsch but actively enjoying the ersatz and fictitious, Artetetra inhabit a free-for-all world where time and space, history and geography, get guiltlessly jumbled up.

Officially based out of their Adriatic coastal hometown Potenza Picena but operating mostly from Bologna these days, Artetetra is a little over two years old. During that time it’s released eleven single-artist albums and two compilations: Exotic ésotérique Vol.1, which launched the label, and the polemically-themed collection My Goddess has a Crazy Bush, a protest against pubic depilation and a celebration of “the natural look”. Now come two more compilations: Exotic ésotérique Vol.2, and Jungle Judgin', on which the Artetetra roster rework tracks from labelmate Holypalms’s 2016 album Jungle Judge.

A Moscow-based producer whose music is a frenetic, glittering meshwork of West African and South Asian rhythms, Holypalms is a typical Artetetra outernationalist. Other names seem like they might be alter-egos for the enigmatic duo behind the label. And still others come with colourful back stories that may have you wondering if they’re fabulations. Kink Gong’s Erhai Floating Sound, for instance - the label’s stand-out release so far – was supposedly recorded on the Chinese lake Erhai from a fishing boat connected by underwater cables to four other boats each carrying a speaker. “Pull the other one!” was my instant thought, but it seems that Kink Gong really is the alias of independent ethnomusicologist Laurent Jeanneau, who roams the Far East archiving vanishing folk musics and then electronically modulates the source sounds (voices, gongs, Chinese mouth organs, etc) into creations like Floating Sound.

Kink Gong is oddly absent from Exotic ésotérique Vol.2 (although he does contribute one of the more low-key moments on the otherwise rambunctiously energetic and entertaining Holypalms remix album). Indeed Vol. 2 is as much a foretaste of signings and releases to come as it is a showcase of output to date, featuring unfamiliar names like The Mauskovic Dance Band and Los Siquicos Litoraleños. Described as a wunderkammer, a sonic cabinet of curiosities, and blended seamlessly in the mix-tape style, the compilation is far more assured and intriguing than its predecessor (now regarded as a juvenile stumble by the label). The first side “Exotic” is – as the title suggests – blatantly worldy in vibe, a beguiling safari through ethnological forgeries and far-fetched hybrids. Afropop guitars are fed through postpunk flange; Wally Badarou synths quiver and shimmy; gnarly fuzzed acid-guitar rears up against a skyline of minarets; Hassell trumpet direct from Possible Worlds or “Houses In Motion” woozes like smog draping itself over a tropical megacity. Now and then things verge on full-of-Eastern-promise cheese: BICIKL’s “Penga” features belly-dance percussion, gong-crashes, scimitar-flashing Arabian guitar. But mostly the cosmopolitanism is scrambled, the sonic cartography suggestive of magic-realist extensions to the map rather than actual existing countries. Sometimes the music suggest off-land strangeness: Los Siquicos Litoraleños’s “Misterios del Amazonas,” all glassy tinkles and bobbing splodges of keyboard, moves with the absurd-yet-effective underwater gait of a manatee.

“Esoterik”, the second side, is less ethnodelic, more abstract. Tracks by Vacuum Templi and Tacet Tacet Tacet recall the amorphous grey zones of industrial’s ambient-leaning outfits, such as Zoviet France. Other artists intersect with recent online-underground styles like vaporwave, or that texturally splattery, event-crammed style of digital experimental composition associated with labels like PAN. Electro Summer Arcade’s “ラテックスキリスト” is beached yacht rock, the hull corroded and pocked with holes. Jealousy Party’s “Polymorphic stomp” describes itself perfectly: Deleuze & Guattari’s body-without-organs trying to shake its floppy ‘n’ oozing stuff on a crowded dancefloor. As the track devolves further, imagine a musique concrète jam session involving actually sticky stuff - preserves, syrups, marmalade – as sound-sources.

Recently there’s been a discernible uptick of interest in the Fourth World concept: from Optimo’s Miracle Steps (Music From the Fourth World 1983-2017) compilation, through labels such as Discrepant, to music-sharing blogs with a penchant for the “neo geo” Japanese style of Eighties exquisiteness that blurred the borders between ambient, new age and exotica (think Midori Takada). Indeed “nat-geo 3.0” is another word Artetetra deploy on their bandcamp page, but less as a nod to Sakamoto’s neo-geo concept, they say, more as a play on National Geographic, the periodical that brought the aliens already on this planet into suburban homes and dentist waiting rooms across the West.

You could place Artetetra as the latest outcrop of a long, discontinuous tradition. Most recently, there’s been Sublime Frequencies and hypnagogic tape explorers like Spencer Clark, Sun Araw, and Lieven Martens Moana. Before that, the Nineties techno-travelogue school of Loop Guru and David Toop. The Eighties, decade of the world music boom, teemed with tourism: Holger Czukay, Malcolm Mclaren, Aksak Maboul, Byrne/Eno, Lizzy Mercier Descloux, to name just a handful. But even in the Seventies you had Joni Mitchell sampling a Burundi beat on Hissing’s “The Jungle Line,” ethno-tinged side-projects by progressive musicians like Steve Winwood, not forgetting Ginger Baker’s godawful Africa 70. Artetetra acknowledge many of these predecessors but point to the original exotica of Les Baxter and Arthur Lyman as a deeper affinity.

Exoticism – or to phrase it less problematically, an openness to sounds, instruments, and rhythms from outside Western pop and unpop traditions – seems to come in waves, linked most likely to lull phases when renewal through external influx seems necessary or alluring. You could easily critique these practices as a hipster version of globalization: an End of Geography to match an alleged End of History, in which xenomania joins forces with retromania in a desperate ransacking drive to fill up our voids with the reinvigorating riches of other cultures, other eras. But in the disorienting new context of a world that’s furiously reterritorializing itself – I write as Le Pen and Macron face off to determine the future of Europe - the light-hearted cosmopolitanism and Other-directed curiosity that characterise Artetetra and their kindred spirits starts to seem not only valid, but valorous.

https://reynoldsretro.blogspot.com/2017/07/artetetra.html