FRANCESCO ZEDDE: OPPOSITE MUSIC, BETWEEN CONSERVATORIES AND SQUATS

Francesco Zedde is an Italian electronic artist, drummer and sound engineer based in Utrecht. In his guise of noise musician he released/collaborated in almost twenty works (full-length, EP and split) on behalf of several project (TontoTacet Tacet TacetAlaskan PipelineValadja PetrescuDiarrheal BlastSuikeroomANOKree-Mah-Stre). The last one was Agalma XII, published on January 27, 2022, for the Icelandic label Agalma, in which he collaborated with Magnús T. Eliassen (drums), Diego Manatrizio (guitar), John McCowen (contrabass clarinet) and Guðmundur Arnalds (laptop), and recorded in Post-Húsið (Reykjavík) by Örlygur Steinar Arnalds. The record is a free improvisation rarefied in its most melodic/atonal aspects with an intense creativity in microelements and details developed in a complex way by the artists’ subconscious. Take twelve, part one flows through a most dynamic energy, instead take twelve, part two is characterized by a noisy silentium with many dissonant elements, and a chaotic synth acidity is most evident in the take twelve, part three.

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Il festival musicale che unisce al fallimento economico reiterato un successo artistico virale

A Bologna si è sviluppata una scena artistica underground davvero vitale, come non si vedeva da decenni. La particolarità di questa ondata va compresa sommando la solita vita universitaria alla crisi degli ultimi anni. Le due hanno colliso assieme e creato una sospensione temporale, gabbia e culla, per 20enni come per 50enni in un’infinita giovinezza, dove è possibile ancora sperimentare. Entrare nella scena alternativa è come entrare in un’altra dimensione, dove le regole economiche non valgono più.

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Gianluca Polverari, Rockerilla (Excerpts #4)

A dispetto del nome l'artista in questione è tutto tranne che Tonto. Anzi il personaggio marchigiano, noto anche come Fra Zedde è attivo in band come A.N.O., Tacet Tacet Tacet, Kree-Mah-Stre, produce un lavoro in solo del tutto trascinante e basato su batteria, distorsioni vocali, microfoni trattati per un risultato finale industrial noise che lascia immaginare i Lightning Bolt votati ad un neo tribalismo percussivo e feroce. La cassetta presenta fulminanti episodi che impressionano per la ferocia del progetto che non perde 
mai il suo ruvido smalto dall'inizio alla fine, dunque una potenziale colonna sonora per scenari post nucleari. DEVIATO.

Fabio Polvani, BlowUp (Excerpts #4)

"DRUM TERRORISM"
Suona come una sorta di sconnesso, schizofrenico hip hop industriale il lavoro di Francesco Zedde alias tonto in questa sua esperierienza da one-man band. Tutto gira intorno alla batteria, e non solo per dettare il groove. Lo strumento inftatti sembra sezionato sopra un banco autoptico, dove feedback e suoni manipolati, colti con microfoni ambientali (delle tastiere compaiono giusto sull'ultima traccia), creano l'apocalittico background per break beat, carambole free, tribalismi e smitragliate di blastbeat. Anche la voce esce manipolata con urla e frasi incomprensibili che agevolano il lessico di natura noise-improv di questa operazione. Certo, la descrizione fin qui effettuata più che l'hip hop evoca un'accozzaglia di cacofonie ma nulla è cosi ostico ed estremo come sembra. Certo, la musica fosse meno concepita ad artigianali 'estratti' e quindi avesse meno paura di concentrarsi sulla composizione piuttosto che 'adagiarsi' sulla sperimentazione, allora avrebbe ancora un altro senso il 'lancio' del disco che, tra il serio e il faceto, annuncia: 'la risposta ita-liana ai Death Grips'. (6)

Michele Saran, Ondarock (Excerpts #4)

Il suo sembra un hip-hop da ospedale psichiatrico: i riverberi industriali e le sincopi jungle di “hoʊlɪˈbɔɪ” lo dimostrano senza trattenere alcunché. Così “aɪsɛd noʊ” e “kæsəl”, cantilene e slogan d’ascendenza hardcore e gangsta, già poco riconoscibili e ulteriormente deteriorati. Tutto suona ancora normale finché non si arriva a “əˈlæskən lɑ lɑ lænd”, grindcore dell’assurdo con la voce distorta fino al rumore di tagliaerba. Merito o meno, il duetto tra synth e batteria scomposta di “ɪftitu hɑrts” riprende per la prima volta la “Mental Door” di Klaus Schulze.
 

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Michele Giorgi, The New Noise (Excerpts #4)

Al solito, nel linguaggio di Tonto si alternano pulsioni ritmiche dal fotte sapore tribale, dilatazioni ai confini del dub, beat decostruiti e lasciati esplodere attraverso le casse, input “danzerecci” e, ovviamente, bordate di pura brutalità sonora, per una sorta di flusso di coscienza senza filtri che finisce per incuriosire e coinvolgere proprio per la totale imprevedibilità e spontaneità dell’effetto finale. Ciò che unisce il tutto è la pulsione a sperimentare, anzi giocare, con la batteria e con la voce, quest’ultima filtrata attraverso una cuffia rotta e un bavaglio così da perdere ogni potenzialità colloquiale e fungere da semplice strumento. Soprattutto si ha l’impressione che Tonto si diverta ad osservare la reazione del suono alle brutali manipolazioni cui viene sottoposto e la possibilità di trarne comunque composizioni con una propria fisionomia ben definita, seppur deformata quasi ci si trovasse all’interno di una casa degli specchi.
https://www.thenewnoise.it/tonto-excerpts-4-e-video/

Giandomenico Piccolo, Rockit (Excerpts #2)

Non è un ascolto per tutti i timpani, quello di Tonto, forse c'è nemmeno l'interesse d'arrivare a numeri indefiniti di fruitori: "Excerpts #2" è la seconda musicassetta realizzata dall'artista anconetano in collaborazione con la label indipendente Musica per Organi Caldi.
One man band in una definizione non convenzionale: il concetto che muove questa ricerca musicale è la necessità di conquistare il nucleo artistico, il core: una volta raggiunto, viene sviscerato ed elaborato attraverso saturazioni di volumi e distorsioni prodotte con l'ausilio di strumenti tecno-artigianali come microfoni fatti in casa ed una cuffia utilizzata all'interno di un bavaglio per catturare la voce.
Dodici tracce cesellate da un totale di cinque ore di registrazione: può forse interdire a primo impatto, ma l'operato di Tonto è lontano dalle convenzioni e da stilemi del caso; è tanto prezioso quanto meritevole di un ascolto.
https://www.rockit.it/recensione/37142/tonto-excerpts2

Massimo Argo, InYourEyes (Excerpts #2)

Seconda opera di Tonto, suono totale, musica senza generi né steccati che fluisce libera come un flusso di coscienza. Tonto in origine sarebbe un batterista, e la batteria svolge un ruolo pivotale nel disco, dato che il centro dal quale si diparte il suono.
Excperts #2 è una cassetta di musica che avvolge tutto, che satura lo spazio libero disponibile, trovando nuove forme di esperienza sonora. Tonto compone e suona da solo, e il suo atto creativo è sublime.

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Christian Danzo, Rockgarage (Excerpts #2)

Non è mai facile approcciarsi al noise e ci sono dei motivi specifici insiti nella natura umana. Il cervello non riesce ad assuefarsi a ciò che gli sembra illogico e rumoroso, anche se poi una logica dietro c’è. La destrutturazione a cui viene sottoposta la musica mediante questo genere mette a nudo l’educazione musicale con cui, in realtà, non facciamo mai i conti realmente. Perché cresciamo ascoltando determinate cose a cui ci abituiamo. 

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Simon Reynolds, The Wire, June 2017, Exotic ésotérique Vol.2 (Artetetra)

Jungle Judgin' / Holypalms remix compilation
A visually pleasing palindrome, “Artetetra” also secretes within itself a clue to the concerns of the Italian label of the same name. “Tetra” means “four” and the Fourth World, Jon Hassell’s Eighties term for audio hybrids of West and non-West, is the placeless place out of which emanate Artetetra musics. The label goes one better at its bandcamp page, claiming citizenship of Quinto Mondo: the Fifth World. That slight escalation points to the internet’s impact on a new generation of music makers whose creative headspace is utterly deterritorialised, omnivorous audio-tourists able to scavenge influences galore without ever leaving their desks. Indeed INTERNET HOLIDAYS™ is the sly title of a joint project by Artetetra artists Hybrid Palms and Cheap Galapagos.

The “Mondo” in Quinto Mondo further winks at the Italy-spawned Sixties genre of exploitation films: documentaries whose voyeuristic enjoyment at ethnic curiosities paralleled the exotica boom of faux-Polynesian easy listening and tiki bars. Blithely unbothered by issues like exploitation and misappropriation, not just refusing to fret about the danger of ethno-kitsch but actively enjoying the ersatz and fictitious, Artetetra inhabit a free-for-all world where time and space, history and geography, get guiltlessly jumbled up.
 

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